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 Sintetizzatore Polymoog 1975
 Nel 1975, la Moog Music presentava al pubblico un sintetizzatore polifonico: il Polymoog.

PolymoogDopo otto anni di sperimentazioni e più di un milione e mezzo di dollari spesi nella ricerca, finalmente si intravedeva la strada giusta: per realizzare un sintetizzatore veramente polifonico non si poteva fare affidamento sui divisori di frequenza, ma era necessario dotare lo strumento di un sintetizzatore per ogni tasto.


Grazie alla nascente tecnologia dei chips integrati, fu possibile dotare ogni tasto, dei 71 che componevano l'estensione dello strumento, di un chip che comprendeva un mini sintetizzatore monofonico, due Vca, due generatori di forme d'onda diverse (rampa e impulsiva), un Vcf ed un Envelope generator a tre stadi componevano il sistema sotto ogni tasto.

Questa configurazione permetteva di avere effettivamente una notevole indipendenza tra nota e nota, anche se con qualche limitazione.

Lo strumento era strutturato in maniera molto compatta, pratico da trasportare e comodo da suonare, sia sulle sue gambe che appoggiato su di un altro strumento.

La tastiera a settantuno tasti era dinamica, rispondendo alla velocità con cui le note venivano percosse, il voltaggio generato dalla tastiera veniva inviato a controllare la soglia dei Vcas, incaricati di profilare il volume sonoro finale dello strumento.

Il pannello comandi, ergonomicamente posizionato per un facile accesso ai parametri anche durante l'esecuzione, conteneva esclusivamente sliders e switches: nessun commutatore a scatto o altro che necessitasse di due o più dita per essere manovrato.

La struttura sonora dello strumento era abbastanza particolare: Quattro gruppi master si incaricavano di trattare diversamente gli stessi generatori di suono, Direct presentava il suono puro, come usciva dai chips, senza alcuna coloritura, Mode permetteva l'uso degli stessi suoni Direct, ma con qualche diversificazione dei filtraggi, Ree metteva in funzione un potente filtro parametrico multi passo con il quale modificare le timbriche, da ultima la sezione Vcf sfruttava per il trattamento un filtro Moog a 24 dB/ottava.

Con queste particolarità costruttive, era possibile avere contemporaneamente sulla tastiera quattro versioni diverse dello stesso suono, creando così degli effetti particolarmente interessanti.

Lo strumento non possedeva memorie, aveva otto presets (archi, piano, organ, clay, harpsi, funk, vibes e brass), per ognuno dei presets erano disponibili le quattro versioni differenti (8 x 4 = 32) ed in più c'era una nona possibilità di ritenere in operativo le variabili selezionate, variabili che normalmente erano richiamate con vari presets secondo accoppiamenti stabililiti dalla casa.

Tutto lo strumento aveva un funzionamento logico modulare, lungo il pannello erano disposti i moduli che potevano essere messi in funzione dall'utente.

 

 
  
 

Queste le sezioni del pannello che componevano il Polymoog:

Voltage controlled Filter, completa di Ads indipendente e di Lfo con opzione random; Resonators, filtro parametrico multimodo con possibilità di selezionare la porzione di tastiera su cui agire;

Loudness Countour, un Ads sottoposto alla dinamica della tastiera (disinseritile), con decay diversificati lungo l'estensione della tastiera;

Rank, regolazione dei volumi propri dei generatori di rampa, anche questi suddivisi in lower e upper; PW shapemodulation;

Vibrato indipendente per le due forme d'onda;

Octave balance, volumi separati per tre sezioni della tastiera, upper, middle, lover; External Keybd portamento; Tune.

Nei primi periodi di commercializzazione dello strumento, molti esemplari ritornavano in fabbrica perché due ottave della tastiera non suonavavo; il problema derivava dai volumi separati che avevano un'importanza fondamentale per la loro funzione, che la gente si dimenticava di averli impostati a zero…, la conseguenza fu che in fabbrica decisero di dotare i tre potenziometri incriminati di uno stop in lamiera che non permettesse l'escursione sui valori minimi.

Inoltre la struttura a quattro sezioni generava molto spesso problemi di distrorsione sulle uscite, e molto spesso era necessario ricorrere ad amplificazioni separate per i vari componenti.

Il suono del Polymoog

Lo strumento ha sempre dimostrato una spiccata vocazione per i suoni di insieme, archi, brass o suoni più effettistici, per altro una effettiva carenza di dinamica ha sempre limitato l'uso dello strumento in un contesto solista, a questo fattore negativo contribuiva anche la struttura scelta per espletare i triggeraggi all'inviluppo del filtro: il filtro del Polymoog agiva sfruttando un triggeraggio singolo che poteva essere settato diversamente agendo sulla pedaliera dello strumento.

Polypedal MoogA proposito di pedaliera; la sezione veramente forte dello strumento era il pannello posteriore, ricchissimo di connessioni, molte delle quali utilizzabili per comandare parametri mediante il mastodontico Polypedal, che veniva venduto a parte.

Tramite Polypedal era possibile controllare. volume, intonazione dello strumento (una specie di bending a salire) sustain, trigger singolo o multiplo, apertura del filtro, immissione nell'audio finale di un eventuale sint monofonico pilotato dalla tastiera del Polymoog; le uscite separate per ogni sezione erano realizzate con jacks sbilanciati, quella mix con un connettore XLR.

Uno strano strumento, effettivamente complesso da utilizzare a livelli più difficili del solito accendi e suona, difficile nella sua articolazione interna, a discapito dell'utente, dotato di un suono incredibilmente caldo, grosso per tutto quello che riguardasse sezioni ed insieme, ma, allo stesso tempo, incredibilmente asmatico nella realizzazione di suoni solistico-articolati.


Scarica il manuale del Polymoog (download manual)

 

 
  
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