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| Area di Ricerca & Autodifesa - Intervista esclusiva a Stratos, Fariselli e Tofani | |
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Area si
trasforma, Area diventa gruppo aperto. Stratos, Fariselli e Tofani restano
i soli elementi fissi: pronti ad affrontare le più diverse esperienze,
ma anche le polemiche. Dopo l'accoglienza concitata e controversa di
Maledetti si discute di nuovo moltissimo (a sproposito e a proposito)
sui vecchi e i nuovi enigmi: la progettazione politico-musicale, le
forme rinnovate di esibizione dal vivo, l'improvvisazioni, le contraddizioni,
i diversi linguaggi, l'elaborazione del fumetto « Area »,
i rapporti con gli altri musicisti e con il pubblico. D. - In questo cambiamento giocava il suo ruolo il mito jazzistico. oltre che l'aspetto ideologico del free.. R. - Si, come improvvisazione, come liberalizzazione della musica, dell'individuo, trovammo Busnello, allora, e anche un chitarrista ungherese Lambitzi, molto bravi. Cominciammo a suonare a provare moltissimo, parlammo con Mamone, ed ebbero inizio un numero incredibile di tournee, come complesso spalla, con Rod Stewart e i Faces, i Gentle Giant, per raccogliere fischi più che consensi. Dal '72 ci siamo accorti di una certa crescita nell'ambito free, l'abbandono di molte ingenuità. Con la maturità, cercavamo di vederci chiaro: trovammo degli agganci con la musica mediterranea, araba, greca, dell'area balcanica. D. - Il vostro retroterra comunque è da considerarsi tipicamente rock. R. Certo, io e Giulio venivamo direttamente dal pop. Tutti venivamo dal pop: solo Busnello era veramente padrone del linguaggio jazz. Il nostro aggancio con il jazz era stato il blues. II massimo del jazz per noi allora erano i Blood Sweet & Tears. Poi il gruppo ha preso un'altra piega: il discorso politico è nato appena è entrato Fariselli, alcuni di noi venivano dall'università... Tutti avevamo questa passione politica di base. E così il discorso musicale è maturato assieme a quello politico. Arriviamo
al primo disco, Arbeit Macht Frei, con Patrick Djivas, e c'erano molte
cose condensate: la voglia di rompere barriere anche se non con molta
chiarezza, cercando di coagulare tutte le nostre esperienze precedenti
e superarle contemporaneamente.
Questo era frutto dell'improvvisazione, e da questa si ricavavano i momenti più interessanti, parlo anche da un punto di vista vocale, spesso momenti insospettati, inediti. Questa
ricerca sul caso ha un esempio significativo nell'esperimento realizzato
durante il nostro concerto all'ultimo Festival del Parco Lambro: l'esecuzione
di Caos parte prima con la partecipazione dei pubblico che causava azioni
del tutto casuali, nel sintetizzatore di Tofani, mediante contatto delle
mani. La musica è in questo caso secondaria, è un pretesto per innestare altri meccanismi. La radicalizzazione estrema, sempre parlando di caso », l'abbiamo con Caos, parte seconda, quello del concerto alla Università Statale di Milano, quella ancora che compare nel nostro ultimo disco, Maledetti. D. - Ognuno di noi ha dei modelli che ha seguito o segue culturalmente. Nel tuo caso si possono fare degli esempi ? R. - lo,
non ho avuto dei veri modelli (di tipo ideologico), ho avuto, piuttosto,
dei passaggi, dei movimenti frequenti: sono psicomotorio. Da Coltrane sono passato repentinamente a Cage. Cage, però non è stata solo una scelta intellettuale, infatti mi sono reso conto che inconsciamente avevo la sua stessa visione del mondo. Cage, è stato un momento molto importante della mia vita, in cui ho capito cosa c'è al di là del canto, della musica abolendo qualsiasi barriera tra vita e musica.
Ho anche amato molto la musica mediterranea e balcanica che non è soltanto molto ricca emotivamente, ma anche strutturalmente. II mio ultimo trip » è il teatro coreano, che si chiama pansori » ed ha degli elementi vocali e strumentali veramente incredibili. Così come il teatro e la musica giapponese. Si tratta di forme di arte totali dove il canto è legato al gesto, e viceversa, in un coagulo quotidiano. D. - Nell'ambito della produzione Area, quale è la cosa a cui sei più attaccato. R. - Attaccamento non direi perché attaccamento forse è ideologia. Comunque, il disco più importante per me, è stato il secondo (Caution Radiation Area), ma anche l'ultimo lo è, proprio per la presenza di quadri diversi. E qui qualche critico non concorda; ma io ribadisco l'importanza di un discorso critico alla base, alla necessità di ridiscutere tutto, per non essere legati alla ideologia della improvvisazione, per riuscire a progettare totalità. Non mi aggrappo come vedi, diciamo piuttosto che ci sono delle cose che mi stanno a cuore. Per esempio il concerto della Statale è una di queste, perché siamo stati martellati da tutti. Essere martellati da tutti è una cosa molto bella perché ti spinge alla critica, quindi ti lancia. Un'altra cosa che mi sta a cuore ultimamente, è il vivere l'improvvisazione, non come risultato estetico formale ma come pensiero di base che può essere ripreso, riadattato da altri musicisti ma non muore in un disco. D. - E il momento dei progetti singoli, individuali, cosa rappresentano ? R. - Io ho già fatto il mio primo disco in solo, Metrodora, Tofani ha già registrato il suo, Fariselli anche. Proprio ora sto preparandone un secondo, che è più importante del primo, naturalmente, anzi il primo mi sembra adesso riascoltandolo un «disco pop», del resto sono cose ormai vecchie, di due anni fa. Oggi mi
sento più preparato in materia vocale. Non vedo solo l'aspetto
creativo della cosa e lo studio delle nuove possibilità, mi interessa
sapere che cosa è la voce, conoscere da dove nasce. Troppo spesso uno rimane chiuso nel suo ambito e basta, anche una Jeanne Lee fatica ad uscire da un ambito jazzistico, Cathy Barberian, forse la più grossa cantante vivente, nonostante l'età, si limita all'ambito contemporaneo. La cosa più importante allora è fare cose diverse, cantare con Steve Lacy, con Markopulos (che è un incredibile musicista di musica popolare), fare delle cose con Cage, vivere varie esperienze. D. - Di tanto in tanto ci sono momenti in cui la tua voce mi infastidisce; per la pronuncia e talvolta per un uso sbracatamente rock che tu ne fai, questo lo avverto con Area, non in Metrodora, nei lavori sperimentali. Li non ci sono sbavature... R. - Non
ho mai curato la pronuncia perché non mi ha mai interessato,
poi perché penso che la pronuncia corretta e la lingua siano
grosse castrazioni, per il cantante. Ho questa pronuncia perché
sono greco, non sento le doppie, poi ho abitato per diverso tempo in
Romagna. In Metrodora
esiste un microcosmo di armonici che chiaramente, all'interno di un
gruppo, non è più possibile esprimere perché la
voce viene a contatto con le frequenze di altri strumenti. D. -
Veniamo all'aspetto politico-ideologico di Area: una vostra caratteristica
consiste nella attenzione progettuale, nella preparazione teorica del
prodotto. R. - Prima
di tutto Area ha deciso sin dall'inizio di vivere in mezzo ai problemi,
non fuggirne, ad es. abbiamo fatto centinaia di concerti per il circuito
alternativo in condizioni incredibili... A noi interessa trasmettere
contenuti, e significati intensi, che rimangano, che facciano riflettere.
Fare quindi cose che molte volte sembrano incomprensibili ma che significhino
qualcosa; non come Cocciante che ti porge le cose in un piatto d'argento,
che però durano lo spazio del concerto, poi finisce lì. D. -
Non ti sembra che talvolta l'aspetto ideologico sia eccedente rispetto
la forma musicale ? R. - Può
sembrare, ma può anche aiutare a riflettere, non è importante
essere l'eccelso musicista... Penso tuttavia
che le cose migliori che Area ha fatto non siano state capite, anche
il progetto " fantasociopolitico » del nostro ultimo disco
non sarà facilmente compreso: se la stanno già menando
sui singoli brani senza pensare al quadro complessivo. Certo, ci possono
essere delle contraddizioni, queste servono, per una crescita evolutiva. Ci saranno
altre tappe, cambieranno altre cose, tieni ancora presente che io fino
a 25 anni e o uno zombie: Daniele Caroli dice che fino al 71 io cantavo
come Tom Jones, è molto vero. Ma é anche vero che da Tom
Jones D. -
Non trovi che le esperienze in solo, corrispondano ad un bisogno di
« musica oltre che alla voglia di trovare anche strade personali? R. - Certo,
il concetto di gruppo autoctono è superato, tendiamo ora a dilatare,
e comporre diversamente il gruppo a seconda delle occasioni; perché
Lacy, perché Lytton e i Txalaparta, perché il quartetto
dell'Angelicum, se non per dilatare l'esperienza Area? Le cose singole
corrispondono alle passioni di ognuno (le « miserie personali
») e contemporaneamente si fa un passo in avanti. Si producono
cose che si sentiranno magari in un prossimo disco. Mi sembra fondamentale
superare il collettivo stabile che decisamente non esiste più. |
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| R. Masotti Tratto da GONG marzo 1977 |
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